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Autore:
Edizione: 2008
Pagine: 384
Finitura: Brossura
Volume: Unico
EAN13: 9788829919437
Editore: Piccin
Argomento: Psicologia,
Generalmente, i problemi comportamentali dei bambini vengono valutati come deviazioni rispetto agli standard dello sviluppo tipico, senza tener conto del fatto che possono esserci delle asincronie tra i diversi domini dello sviluppo e che queste possono essere dovute, oltre che a fattori individuali, allÂ’interazione di numerose, diverse e complesse variabili di natura ambientale e relazionale. I bambini, infatti, si sviluppano nel contesto di relazioni che possono, in parte, spiegare la comparsa di taluni problemi comportamentali, e che sicuramente hanno un peso rilevante sul loro mantenimento e sulla loro evoluzione.Negli ultimi decenni, in ambito evolutivo, si è verificata una svolta teoretica fondamentale che ha messo in evidenza lÂ’esigenza di spiegare lo sviluppo del bambino e il suo adattamento sociale facendo riferimento a una molteplicità di fattori, personali e contestuali.Il modello ecologico dello sviluppo, inizialmente proposto da Bronfenbrenner (1979), è stato adattato e rivisitato per consentire la comprensione e la risoluzione di diversi problemi di carattere evolutivo. Questa teoria riguarda il contesto e le transazioni tra i sistemi nei quali il bambino è direttamente o indirettamente coinvolto. Il modello, come è noto, è rappresentato da una serie di ellissi concentriche, che indicano le strutture e i contesti nei quali il bambino è inserito e dai quali è influenzato.La prima e più elementare unità di analisi del modello sono i micro-sistemi, ovvero gli ambienti che per primi e in maniera più diretta vengono percepiti dal bambino e nei quali realizza le sue prime e più significative interazioni. Solitamente questi micro-sistemi comprendono le interazioni (trans-azioni) del bambino con lÂ’ambiente familiare (genitori, parenti, amici) e con lÂ’ambiente scolastico (insegnanti, coetanei, ecc.). La successiva unità di analisi è rappresentata dai meso-sistemi, che si riferiscono alle influenze reciproche tra i principali contesti nei quali il bambino si sviluppa.Ad esempio, al modo in cui le interazioni che il bambino ha a casa con i genitori e con i fratelli possono influenzare il suo comportamento a scuola. Micro-sistemi e meso-sistemi sono a loro volta inclusi nei cosiddetti eso-sistemi, che sono i contesti ambientali di cui il bambino non fa parte direttamente, ma che comunque, indirettamente, ne influenzano il funzionamento. Per esempio, lÂ’ambiente di lavoro dei genitori, in qualche modo, può avere delle ripercussioni sul funzionamento emozionale del bambino, attraverso le condizioni di benessere o di malessere che si creano nei genitori. Infine, il macro-sistema rappresenta il filtro di fattori economici, culturali e sociali, che agiscono (e interagiscono) indirettamente a tutti i livelli.In base al modello ecologico dello sviluppo, il comportamento può essere compreso solo se osservato e analizzato nei diversi contesti in cui si manifesta e in riferimento ad essi, in quanto ogni modificazione del comportamento, ovvero ogni forma di adattamento, rappresenta proprio una funzione del contesto (Barker, 1960). Questo modello, inoltre, coniuga perfettamente i principi del modello intercomportamentale(Kantor e Smith, 1975; Bijou, 1984) con il modello sistemico; pertanto, rappresenta il più adeguato riferimento teorico per chiunque voglia tentare di individuare ed analizzare i diversi livelli di influenza sullo sviluppo e realizzare interventi che abbiano reali probabilità di successo. Ad esempio, per la comprensione del comportamento antisociale di un bambino è opportuno fare riferimento alle caratteristiche del bambino (biologiche e psicologiche), ai suoi processi di interazione con i genitori, con i coetanei e con gli insegnanti, alla scuola e al quartiere in cui vive con la sua famiglia.LÂ’attenzione a questa molteplicità di fattori, a mio avviso, non dovrebbe essere trascurata nel momento in cui un bambino, con il suo comportamento, esprime un disagio. Le dinamiche funzionali che possono aiutare a comprendere le ragioni dellÂ’insorgenza di un problema o del suo mantenersi nel tempo, richiedono unÂ’analisi a360° e devono essere tenute nella giusta considerazione se si vuole che il programma di intervento che si intende realizzare sia veramente efficace. È necessario, quindi, che sia le procedure di assessment, sia la progettazione degli interventi prevedano una valutazione più ampia possibile dei problemi, che si estenda ai diversi contestidi vita del bambino, per individuare tutti i possibili fattori di rischio e aumentare le probabilità di riuscire efficacemente e in maniera duratura a potenziare le risorse.Soprattutto se i problemi comportamentali del bambino hanno delle importanti implicazioni di natura emozionale, non si dovrebbe trascurare, ad esempio, di indagare sul funzionamento dellÂ’intero sistema familiare, facendo riferimento ai suoi diversi sottosistemi, come il sottosistema coniugale (rapporto di coppia) o il sottosistema genitoriale (rapporto genitori-figli), ciascuno dei quali, a diversi livelli, rappresenta un elemento cruciale per il benessere emozionale di ciascuno dei componenti.I problemi comportamentali del bambino potrebbero, infatti, avere delle importanti interconnessioni con una situazione di conflittualità allÂ’interno della coppia genitoriale, o con eventuali problemi occupazionali di uno o entrambi i genitori, ma potrebbero anche essere legati al temperamento del bambino e allÂ’incapacità dei genitori di adeguare il loro comportamento alle caratteristiche temperamentali del bambino. Diventa, quindi, estremamente importante tenere conto di tutti questi aspetti nella strutturazione dellÂ’intervento, che, ovviamente, non dovrebbe limitarsi a training individuali sul bambino, ma rivolgersi anche al miglioramento delle condizioni che hanno un ruolo determinante sul funzionamento familiare. A questo proposito, Sheeber e Johnson (1994), ad esempio, suggeriscono un programma per favorire nei genitori la comprensione del temperamento del bambino e soprattutto creare condizioni di incontro tra le caratteristiche del bambino e le richieste dei genitori.Spesso, infatti, i genitori hanno aspettative sproporzionate o comunque non adeguate alle reali possibilità dei loro figli e non sono in grado di controllare in maniera corretta certe “intemperanze” comportamentali, perché non ne comprendono le ragioni o perché non conoscono le strategie più idonee per affrontarle. Di conseguenza, continuano a mettere in atto comportamenti che, invece di risolvere il problema, finiscono per complicarlo ulteriormente, innescando il pericoloso ciclo di coercizione descritto da Patterson (1982).In questi casi, quando la coppia richiede un intervento psicologico per la risoluzione dei problemi comportamentali del figlio, potrebbe essere utile, se non risolutivo, pianificare preliminarmente o parallelamente un intervento di parent training. Innanzitutto, bisognerebbe verificare se il problema sia essenzialmente legatoal parenting o se altri processi familiari, quali una carente coesione di coppia, o problemi di leadership o di comunicazione, possano spiegarlo del tutto o in parte. In questo caso, ovviamente, lÂ’intervento avrebbe altre priorità e dovrebbe essere strutturato diversamente. Potrebbe essere utile, ad esempio, inserire nellÂ’intervento,oltre alle classiche tecniche di management comportamentale e alle procedure di introduzione rette a modificare certe errate convinzioni dei genitori relativamente allo sviluppo e allÂ’educazione dei figli, un training più specifico, finalizzato a insegnare tecniche di autocontrollo e gestione dello stress e a migliorare le abilità di problem-solving dei genitori. È molto frequente, infatti, che i genitori necessitino di un supporto specificoche li aiuti a migliorare la qualità del loro rapporto con i figli e ad acquisire capacità di controllo e autorevolezza.In genere, la prima cosa da chiedersi è “quali fattori siano alla base o mantengano queste carenze nelle abilità di parenting”. I fattori potrebbero essere diversi: disarmonie nella coppia, psicopatologie, scarso supporto sociale, difficoltà economiche o altro. Un approccio ecologico allo sviluppo richiede che questi fattori, che sonopotenziali indicatori di rischio, vengano attentamente valutati nella fase di assessment, perché se ne possa tener conto nella strutturazione e nellÂ’implementazione del training, in modo da garantirgli maggiori probabilità di successo e soprattutto il mantenimento degli effetti. In unÂ’ottica ecologica, infatti, i problemi comportamentalisono interpretati come il risultato di complesse interazioni e transazioni tra il bambino e il più ampio contesto sociale nel quale si sviluppa. Pertanto, lÂ’intervento non può non prefigurarsi come un intervento eclettico che coinvolge molteplici sistemi e servizi, e prevede quindi la collaborazione di operatori di diversi settori, fisico,scolastico, sociale.LÂ’assessment dovrebbe essere indirizzato a diversi livelli dei sistemi coinvolti (individuale, diadico, dellÂ’intera famiglia, delle reti sociali, di comunità e culturali) per determinarne la rilevanza ai fini della comprensione del problema. Mentre la maggior parte dei training si focalizza su aspetti specifici, lÂ’approccio ecologico prevede degli obiettivi aggiuntivi che, in casi specifici, dovrebbero integrare il training, focalizzandosi sul cambiamento entro e tra i sistemi di vita del bambino. Bisognerebbe prevedere cioè interventi che, ad integrazione di quelli individualizzati, si rivolgano alla famiglia, cercando di coinvolgere i genitori nella comprensione del problema, in modo che possano prendere coscienza del loro fondamentale ruolo di agenti di cambiamento, suggerendo adeguate strategie di parenting, che servano a ridurre le eventuali conflittualità e a individuare e gestire adeguatamente le dinamiche comportamentali che possono mantenere o enfatizzare i problemi. Altrettantoimportante è il coinvolgimento della scuola. I bambini impiegano molte ore al giorno interagendo con i compagni e gli insegnanti, che, come i genitori, hanno un ruolo determinante nella loro evoluzione emotiva, cognitiva e comportamentale e che quindi possono contribuire significativamente alle loro espressioni di disagio.Una valutazione che non tenga nella giusta considerazione il peso delle dinamiche relazionali che si svolgono in ambito scolastico, sia come probabili fattori elicitanti, sia come elementi determinanti ai fini dellÂ’evoluzione dei problemi, sarebbe certamente una valutazione parziale e poco funzionale ai fini dellÂ’intervento. Tra lÂ’altro,un intervento che si limiti al setting terapeutico senza estendersi a tutti i contesti significativi per il bambino, sarebbe destinato a rivelarsi inefficace e i suoi effetti sarebbero certamente poco duraturi.DÂ’altro canto, un approccio così complesso abbraccia così tanti aspetti, che è quasi impossibile tenerli tutti contemporaneamente sotto controllo. Diventa quindi indispensabile operare delle scelte in termini di economia e funzionalità. Se, da un lato, non si può non tener conto dellÂ’ampio spettro di variabili che fanno da cornicea qualsiasi analisi sul funzionamento individuale e sulle dinamiche internazionali sottostanti a talune problematiche, dallÂ’altro, diventa indispensabile circoscrivere lÂ’oggetto di analisi, per poi tentare, ove possibile, caute generalizzazioni.Sono questi i principi e i presupposti teorici che hanno ispirato lÂ’organizzazione di questo volume. Ad esemplificazione dellÂ’ampio spettro dei problemi comportamentali che si possono evidenziare nei bambini in età scolare, sono stati presi in esame i problemi che più frequentemente vengono segnalati dalla scuola e che inmaniera più stringente si correlano alle attività scolastiche. Sono fortemente convinta dellÂ’esigenza di un diretto e completo coinvolgimento, nellÂ’applicazione delle tecniche di intervento, di tutte le figure significative per il bambino e quindi della necessità di unÂ’estensione del programma di trattamento, che solitamente si limita alsetting terapeutico, quantomeno a quelli che rappresentano i contesti più rilevanti in termini funzionali: la famiglia e la scuola.Nel primo capitolo è riportata unÂ’analisi teorico-metodologica dellÂ’approccio cognitivo- comportamentale alle problematiche evolutive, cliniche ed educative, con riferimenti alle procedure di assessment e alle tecniche di intervento più frequentemente utilizzate. La scelta dellÂ’approccio cognitivo-comportamentale è dettata soprattutto dalla significatività dei risultati raggiunti e dalla validità scientifica dei presupposti teorici che lo sorreggono. Nei capitoli che seguono sono stati presi in esame alcuni tra i più frequenti problemi comportamentali che affliggono bambini ed adolescenti. Il rifiuto e la fobia scolastica, la learned helplessness e il mutismo selettivo sono psicopatologie, prevalentemente su base emozionale e con una sintomatologiache il DSM-IV -TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 2005) definisce “internalizzante” perché la maggior parte delle manifestazioni attiene alla “sfera privata o personale”; mentre, lÂ’aggressività reattiva, il bullismo e lÂ’iperattività, per le caratteristiche che presentano, si definiscono psicopatologiedello sviluppo con sintomatologia prevalentemente “esternalizzante” o disturbante, cioè con comportamenti caratterizzati da un inadeguato controllo dellÂ’impulso ad agire. Dopo unÂ’attenta e aggiornata analisi della letteratura scientifica sullÂ’argomento, per ciascuna problematica vengono suggerite le procedure di assessment e le strategie di intervento, a livello individuale, familiare e scolastico, che nella ricerca e nella pratica clinica si sono rivelate più efficaci.Nel secondo capitolo viene affrontato il problema della learned helplessness, un particolare disturbo del comportamento indotto dalla convinzione “appresa” di non riuscire a controllare gli eventi e, di conseguenza, di sentirsi quasi sempre esposti al fallimento. Con riferimenti alla più recente letteratura sullÂ’argomento, sono indagate le variabili che maggiormente incidono su questo stato comportamentale come, ad esempio, la self-efficacy, i pensieri disfunzionali e le attribuzioni di causa dei successi o degli insuccessi scolastici. Sono, quindi, analizzati i fattori contestuali che possono incidere sullo sviluppo di questo disturbo comportamentale; in particolare è esaminato il ruolo di genitori e insegnanti nel favorire e mantenere tale comportamento disadattivo. I risultati delle più recenti ricerche sottolineano come modalità interattive ed educative inadeguate, tendenti a svalutare le prestazioni del ragazzo, possono minare il suo livello di autostima e di autoefficacia. LÂ’erronea convinzione indotta dal contesto, associata a frequenti esperienze di insuccesso, può costituire la base fondante della successiva evoluzione del disturbo. Inoltre, sono presentati i principali strumenti di assessment, di cui si forniscono inedite esemplificazioni, e vengono proposte procedure di intervento, finalizzate prevalentemente a modificare le convinzioni irrazionali del soggetto e ad incrementare il suo livello di autoefficacia.Infine, sono fornite indicazioni sullÂ’incremento di abilità comunicative e sullÂ’estensione dellÂ’intervento ai contesti familiare e scolastico.Nel terzo capitolo viene proposto un modello di lettura integrata per analizzare le differenze tra fobia e rifiuto scolastico, in unÂ’ottica che li configura come poli estremi di un continuum: dalla semplice espressione di rifiuto a forme più gravi e radicalizzate, come la fobia. Dopo una preliminare descrizione dei processi di inserimentoin ambito scolastico, attraverso la presentazione di diversi modelli esplicativi, sono analizzate, in modo differenziale, le caratteristiche distintive e le manifestazioni di questo variegato disturbo comportamentale. LÂ’analisi dei modelli di funzionamento, solitamente adottati in ambito familiare, e il riferimento a specifiche contingenze che potrebbero verificarsi in ambito scolastico, consente lÂ’identificazione dei principalifattori da chiamare in causa per comprendere le difficoltà correlate al rifiuto scolastico e lÂ’individuazione delle variabili che possono agire nel mantenere il problema.Segue la presentazione delle modalità di assessment (autovalutazione e osservazione diretta) e di intervento cognitivo-comportamentale sul soggetto. Viene, quindi, proposto un percorso formativo rivolto alla famiglia e agli insegnanti. Si opera con i genitori suggerendo loro specifiche strategie per affrontare i sintomi emotivi e somatici del rifiuto, predisponendo compiti finalizzati al controllo dei comportamenti oppositivi e allÂ’adozione di modalità idonee al superamento delle difficoltà. Si opera con gli insegnanti con lÂ’obiettivo di enfatizzare gli elementi pregnanti di unÂ’accoglienza accattivante e di fornire precise indicazioni per incrementare specifiche competenze relazionali.Il quarto capitolo affronta il problema del mutismo selettivo. Sono trattate le caratteristiche comportamentali con cui si manifesta, generalmente associate allÂ’eccessiva timidezza, allÂ’isolamento sociale, a stati dÂ’ansia e a comportamenti ipercontrollati. Dopo aver illustrato le principali caratteristiche connesse al disturbo, viene proposta unÂ’analisi dei più frequenti fattori di rischio, associati alla famiglia e al contesto scolastico. Sono indicate alcune procedure di assessment e di analisi funzionale delle contingenze ambientali, relative ai pensieri e ai comportamenti disfunzionali, che si sono rivelate efficaci ai fini di una più completa valutazione diagnostica e sicuramente funzionali alla progettazione degli interventi. La scarsa conoscenza della problematica e il senso di impotenza che colpisce genitori e insegnanti costituisce però, spesso, lÂ’ostacolo principale al pieno recupero dei soggetti affetti da mutismo.Allo scopo di favorire un maggiore coinvolgimento e una più efficace collaborazione al percorso terapeutico individuale, viene suggerita, quindi, la realizzazione di interventi da attuare anche in famiglia e a scuola, finalizzati allÂ’acquisizione, da parte degli adulti significativi, di adeguate competenze e modalità comportamentali funzionali al trattamento di tale disturbo.Nel quinto capitolo è stato analizzato il problema dellÂ’aggressività reattiva. Sono esaminate le caratteristiche individuali che potrebbero essere correlate alla manifestazione di comportamenti aggressivi. In particolare, si è tentato di trovare connessioni tra aggressività e aspetti legati al temperamento e al funzionamento cognitivodel bambino. Sono state prese in esame le abilità verbali, le funzioni esecutive, la processazione delle informazioni sociali, la codifica delle intenzioni e delle emozioni.In relazione ai fattori ambientali che potrebbero favorire o ostacolare una certa continuità nel funzionamento sociale del bambino, è stata posta lÂ’attenzione sulle pratiche educative genitoriali, lÂ’espressività emotiva e la comunicazione genitorefiglio, senza tralasciare le modalità di interazione insegnante-bambino aggressivo,spesso caratterizzate da unÂ’escalation di ostilità che mantiene i comportamenti disadattivi. Sono descritti programmi di intervento e strategie di prevenzione dei comportamenti aggressivi di tipo reattivo. LÂ’intervento ha come obiettivo, tra gli altri, lÂ’acquisizione di abilità di controllo delle emozioni, funzionale ad un efficaceprocesso di problem-solving sociale. Per gli insegnanti, è proposta una procedura aggiuntiva finalizzata alla gestione della classe, nei casi in cui questa sia resa difficile dalla frequenza di atteggiamenti e comportamenti aggressivi. LÂ’intervento previsto per i genitori, ma che potrebbe essere esteso anche agli insegnanti, prevede lÂ’acquisizione di strategie di controllo degli stati emotivi negativi e di alcune modalità dicomunicazione assertiva.Nel VI capitolo è trattata la tematica del bullismo, una particolare espressione di aggressività proattiva in cui entrano in gioco molteplici variabili individuali e contestuali. Alla luce delle più recenti ricerche in ambito nazionale ed internazionale, sono affrontate le tematiche relative alle dinamiche di gruppo che sostengono talecomportamento, descrivendo le caratteristiche psicologiche dei principali protagonisti del bullismo. Rispetto a tale fenomeno, sono, inoltre, indicate le differenze di genere e di età ed esplorate le variabili individuali (es. le strategie di coping) e contestuali (famiglia e scuola) che favoriscono la stabilità dei comportamenti da bullo e da vittima. La ricerca empirica sul bullismo presuppone che la violenza in famiglia sia causa della violenza a scuola, quindi, la famiglia e la scuola sono individuate come i due principali contesti evolutivi nei quali si sviluppano e si mantengono ruoli sociali disadattivi. Nel capitolo sono, anche, analizzati i sistemi di classificazione e degli strumenti di assessment, funzionali alla rilevazione dei comportamenti disadattivi, e, infine, sono indicate le più efficaci procedure di intervento cognitivo-comportamentale basato sulla modificazione di un alterato sistema di valori e sullÂ’apprendimento di adeguate strategie di interazione.Il testo si conclude con un capito dedicato allÂ’analisi e al trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione e Disordine Iperattivo. Lo scopo principale di questo capitolo è quello di offrire una breve panoramica dÂ’insieme degli aspetti salienti del disturbo. LÂ’ADHD (Attention Deficit Hyperactyve Disorder) è analizzato alla luce delle più recenti indicazioni tratte dalla neuropsicologia ed è, quindi, considerato come un disturbo neurocomportamentale precoce, con eziologia ambientale e biologica. Il disturbo, che si presenta come multifattoriale e clinicamente eterogeneo, è caratterizzato da sintomi comportamentali di disattenzione, iperattività ed impulsività e, di conseguenza impone una sottotipizzazione, in base ai sintomi manifestati dai soggetti. Sono prese in considerazione, inoltre, le difficoltà correlate che i bambini con ADHD manifestano e che possono essere riconducibili a tre peculiari dimensioni: successo scolastico, comportamenti prosociali e relazione fra coetanei Nella fase di identificazione è auspicato lÂ’utilizzo di strumenti di misurazione diretta e indiretta, self-report, osservazione sistematica, resoconti informativi e test psicologici, tutti strumenti utili e integrati che possono meglio consentire il superamento delle difficoltà insite nella fase di identificazione del problema, di estrema rilevanza ai fini del trattamento. Anche per questa psicopatologia dello sviluppo, lÂ’intervento proposto è esteso a tutti i contesti di vita del bambino, poiché per ridurre o estinguere lÂ’ampia gamma di comportamenti disadattivi esibiti da questi soggetti, è necessario la partecipazione congiunta di tutte le agenzie educative che, a vario titolo, si prendono cura del bambino
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